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L’onestà negata
Un appello agli scienziati
perché imparino a criticare il cristianesimo senza tradire la ragione
di +Antonio Staglianò
(Presidente della Pontificia Accademia di teologia)
Questa non è una difesa del cristianesimo dagli attacchi della scienza. Anzi, il cristianesimo ha bisogno di essere messo alla prova, e la scienza è una delle voci più autorevoli per farlo. Tuttavia l’onestà intellettuale pretende qualcosa di più di un’ignoranza spavalda. Pretende che si smetta di confondere il cristianesimo con gli scandali del cattolicesimo convenzionale, con le copertine dei giornali o con una dottrina ricostruita a piacere per essere facilmente smentita. Perché questo – è bene dirlo – è un lusso che un intellettuale che si rispetti non dovrebbe mai concedersi: quello di non studiare ciò che critica.
Il caso Hack: un sillogismo che non regge
Faccio un esempio concreto, e lo faccio con rispetto per la persona, ma con fermezza per le idee. Margherita Hack, scienziata stimata e divulgatrice di successo, ha più volte sostenuto una tesi molto diffusa: Gesù non è necessario, perché in fondo cosa avrebbe detto di davvero nuovo? Solo due cose, secondo la Hack: “ama il prossimo tuo come te stesso” e “non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te”. Questo però, osservava lei, lo avevano già detto prima di Gesù: Israele conosceva il comandamento dell’amore per il prossimo; la “regola d’oro” in forma negativa era già presente in Confucio, in Buddha, nei filosofi greci. Dunque – concludeva la Hack – il cristianesimo come “morale” è inutile.
A prima vista, il ragionamento sembra inattaccabile. È un sillogismo pulito: premessa maggiore (questo è ciò che ha detto Gesù); premessa minore (questo era già stato detto prima); conclusione (il cristianesimo non aggiunge nulla). Peccato che sia un “sillogismo cornuto”, per usare la vecchia terminologia aristotelica. Ed è cornuto perché la premessa maggiore è falsa. Non è vero che Gesù si sia limitato a ripetere due precetti già noti. Chiunque apra un Vangelo – senza neppure bisogno di essere credente – si accorge immediatamente che l’insegnamento di Gesù non è riducibile a quello.
Il comandamento nuovo che non è “nuovo” solo nel calendario
Gesù, nei Vangeli, dice sì: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Levitico 19,18 lo diceva già, e lui stesso lo cita. La novità non sta lì. La novità sta in un’altra frase, che la Hack non cita mai: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Giovanni 13,34). Attenzione: non “come ami te stesso”, ma “come io ho amato voi”. E come li ha amati? Morendo per loro, amando fino all’estremo, amando chi non lo meritava, amando i nemici. Questa è una torsione epocale della morale antica. Nell’Antico Testamento l’amore per il prossimo era ancora compatibile con l’odio per il nemico (si veda il Qumran). Gesù dice esplicitamente: “Avete inteso che fu detto: amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici” (Matteo 5,43-44). Nessun precetto orientale o greco classico arriva a tanto. Confucio dice: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. È saggio, ma è negativo, difensivo, prudenziale. Gesù, invece, nella sua “regola d’oro” la mette al positivo: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Matteo 7,12). Non si tratta più di astenersi dal male, ma di compiere attivamente il bene. È un salto antropologico immenso.
Dunque, quando la Hack costruisce il suo sillogismo, lo fa su una falsa rappresentazione del cristianesimo. La premessa maggiore è un “uomo di paglia”. E questo – con tutto il rispetto – non è scienza, non è ragione critica. È semplicemente disinformazione.
La “crassa ignoranza” come lusso intellettuale
Quello della Hack, per quanto onesto nella sua intenzione, è solo un caso emblematico di una malattia più diffusa. Quanti scienziati, quanti divulgatori, quanti intellettuali di area razionalista hanno mai letto un trattato di Tommaso d’Aquino, un’omelia di Gregorio di Nissa, un saggio di Joseph Ratzinger, un’opera di un teologo ortodosso contemporaneo? Pochissimi. Eppure si sentono autorizzati a dire cosa sia il cristianesimo, riducendolo a quattro luoghi comuni: l’Inquisizione, Galileo, il creazionismo americano, la morale sessuale cattolica. Tutto vero, per carità, ma tutto parziale. È come se uno studioso di biologia giudicasse l’intera fisica quantistica basandosi su un articolo di giornale che parla del gatto di Schrödinger.
Questa “crassa ignoranza” – l’espressione è volutamente forte – è diventata un lusso intellettuale. Si può essere premi Nobel e parlare del cristianesimo con la stessa superficialità con cui un adolescente parla di politica. Un conto però è parlare al bar, un conto è parlare dal palco di un festival scientifico o in un libro divulgativo.
Criticare per davvero: un’alleanza inaspettata
E qui arriva il paradosso. L’appello che faccio agli scienziati non è a smettere di criticare il cristianesimo. È a criticarlo meglio. Perché solo una critica informata, intelligente e razionale può fare del bene a tutti: alla scienza, che non si sporcherebbe le mani con la dilettantistica; al dibattito pubblico, che guadagnerebbe in serietà; e persino ai teologi.
Sì, ai teologi. Perché il teologo, oggi, ha un problema simmetrico: spesso non conosce abbastanza la scienza. E quando uno scienziato gli dice: “Guarda, la tua dottrina della creazione è ingenua di fronte al Big Bang e all’evoluzione”, il teologo dovrebbe poter riconoscere una critica fondata. Per riconoscerla, però, la critica deve essere fondata. Se invece lo scienziato attacca un dio barbuto disegnato da bambini, o confonde la teologia con il creazionismo americano, il teologo ha il diritto – anzi il dovere – di non prendere sul serio quella critica. Così si perde tempo prezioso, e il dialogo diventa un monologo di due sordi.
Onestà significa anche ammettere i propri limiti
La scienza ha un’autorità enorme nella nostra cultura, e giustamente. Tuttavia l’autorità comporta responsabilità. Uno scienziato che parla di cristianesimo dovrebbe chiedersi: “So distinguere tra un concilio ecumenico e una bolla papale? So cosa intendono i teologi con ‘transustanziazione’? So che il cristianesimo non è riducibile al cattolicesimo romano, e che esistono ortodosse, protestanti, copte, nestoriane? Ho mai letto un’opera di Agostino o di Giovanni Crisostomo?”. Se la risposta è no, allora sarebbe meglio limitarsi a dire: “Su questo non ho competenza. Mi fido degli studiosi di storia delle religioni”. Non c’è nulla di male. La scienza stessa insegna la divisione del lavoro.
L’onestà intellettuale, infatti, non è solo dire la verità su ciò che si sa. È anche dire la verità su ciò che non si sa. E su ciò che non si è mai studiato. Quando Richard Dawkins scrive “L’illusione di Dio” e dedica poche pagine mal documentate alla teologia, commette lo stesso errore di cui accusa i credenti: prendere per buona la propria ignoranza. Il cristianesimo non è una “scienza”, certo, ma è un autentico sapere dell’umano: è un fenomeno storico, culturale, filosofico ed esistenziale di una complessità mostruosa. Liquidarlo con tre slogan è l’esatto contrario del metodo scientifico.
Un invito a uscire dalla trappola del “noi sappiamo, voi credete”
C’è poi un atteggiamento di fondo che andrebbe smontato con delicatezza ma anche con fermezza: quello che contrappone la scienza (conoscenza certa, in progresso, democratica) alla fede (opinione arbitraria, fissa, autoritaria). Questa contrapposizione è ingenua. Perché la scienza stessa non è onnipotente: non può rispondere alla domanda “perché c’è qualcosa piuttosto che nulla?”, non può fondare i valori morali, non può dire se l’amore sia più del neurotrasmettitore. E la fede cristiana, dal canto suo, non è un’opinione qualsiasi: è una tradizione di pensiero argomentato, che ha prodotto logica (Abelardo), filosofia (Kierkegaard), scienza (Kepler, Mendel, Lemaitre), arte e diritto. Negare questo per partito preso è, ancora una volta, crassa ignoranza.
Lo scienziato onesto dovrebbe riconoscere che esistono domande legittime che la scienza non può affrontare, e che su quelle domande altri discorsi – filosofici, religiosi, poetici – possono avere dignità razionale. Non è obbligato a condividerli, ma dovrebbe rispettarli come tentativi seri di rispondere all’umano bisogno di senso. Ai tempi di Aristotele non solo la logica e la metafisica erano vie di accesso e di ricerca della verità anche la retorica e la poetica.
Criticate, ma dopo aver studiato
L’appello è rivolto a quegli scienziati che amano la chiarezza e la logica. Bene: applicate la chiarezza e la logica anche al cristianesimo. Non accontentatevi delle caricature che circolano nei salotti buoni del razionalismo. Non confondete il cristianesimo con il clero pedofilo, la crociata, l’oscurantismo medievale del cattolicesimo convenzionale. Sono macchie reali, ma non sono il cristianesimo. Sono abusi che il cristianesimo stesso, quando è fedele al suo Vangelo, denuncia. Studiate il cristianesimo nelle sue fonti, nella sua varietà, nei suoi migliori pensatori. E solo dopo, criticatelo. Criticatelo forte, se necessario: purché non fate finta di sapere ciò che non sapete.
Perché se lo farete, potrà nascere qualcosa di raro e prezioso: un vero dialogo tra ragione scientifica e ragione teologica. E allora sì, anche i teologi dovranno ricambiare l’onestà, mettendo in discussione le loro certezza e imparando dalla scienza. Questo però è un altro appello, per un altro giorno.
+Antonio Staglianò