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Omelia sulla Sesta Massima
“Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito d’intelligenza”
Antonio Rosmini, dopo aver ascoltato le voci dei teologi e dei pensatori contemporanei, si rivolge a una comunità di credenti del ventunesimo secolo, stanchi di una fede separata dalla vita.
Fratelli e sorelle, buongiorno.
Quando scrissi questa sesta massima – disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito d’intelligenza – sapevo di affidarvi la chiave di tutto il cammino. Le prime cinque massime vi hanno preparato: hanno purificato il desiderio, orientato lo sguardo alla Chiesa, insegnato la tranquillità, l’abbandono, il riconoscimento del proprio nulla. Ora però arriva il momento della sintesi, del compimento, del vivere quotidiano.
Perché a che serve desiderare Dio se poi il lunedì mattina, davanti alla scrivania, dimenticate tutto? A che serve riconoscere il proprio nulla se poi vivete come se foste dei superuomini? A che serve abbandonarsi alla Provvidenza se poi correte come forsennati senza sapere dove andate?
La sesta massima è il ponte tra la contemplazione e l’azione, tra il desiderio e la realtà, tra il cielo e la terra. È la massima che trasforma la spiritualità in vita, la fede in esistenza, la preghiera in lavoro.
L’epoca della dispersione
Prima di parlarvi di come vivere, però, devo guardare con voi a come vivete. Perché la vostra condizione è diversa dalla mia, eppure così simile.
Vivete in un’epoca che un vostro pensatore, Byung-Chul Han, ha chiamato la società della stanchezza. Non siete più oppressi da divieti esterni, ma da un imperativo interiore: “Puoi fare di più, puoi essere di più, puoi realizzarti”. È il capitalismo entrato nell’anima, che vi chiede di essere sempre produttivi, sempre performanti, sempre all’altezza.
E questa pressione vi disperde. Come dice un altro vostro pensatore, Zygmunt Bauman, vivete in una modernità liquida: tutto scorre, tutto si scioglie, niente è solido. Cambiate lavoro, cambiate città, cambiate relazioni, cambiate progetti. La vostra attenzione è frammentata da mille notifiche, mille messaggi, mille distrazioni. E in questa frammentazione, perdete il senso di ciò che fate.
C’è poi una separazione profonda: avete diviso la vita in compartimenti stagni. C’è il tempo del lavoro, c’è il tempo del riposo, c’è il tempo della preghiera, c’è il tempo della famiglia. Purtroppo però questi compartimenti non comunicano tra loro. La domenica siete cristiani, il lunedì siete lavoratori; la mattina pregate, il pomeriggio accumulate; in chiesa parlate di Dio, in ufficio parlate di soldi.
Questa separazione, fratelli, è una menzogna. È la menzogna che vi tiene prigionieri, che vi impedisce di essere una cosa sola, che vi frammenta in mille pezzi. E il diavolo, che è il divisore, si nutre di questa frammentazione.
Lo spirito d’intelligenza
Ora, cosa intendo per “spirito d’intelligenza” ? Non parlo dell’intelligenza del calcolo, quella che risolve problemi matematici o che accumula informazioni. Parlo di un’intelligenza più profonda: la capacità di vedere il senso delle cose, di orientarle al loro fine, di viverle con presenza.
È l’intelligenza che il vostro tempo ha dimenticato. Siete pieni di informazioni, ma poveri di sapienza. Sapete tutto, ma non capite nulla. Avete gli strumenti per fare tutto, ma non sapete che cosa fare. Siete come un navigatore che ha perso la rotta: sapete dove siete, ma non dove andate.
Lo spirito d’intelligenza è ciò che vi riconduce al centro, che vi dà orientamento, che vi permette di vivere con ordine e con senso.
Il primo atto dello spirito d’intelligenza:
riconoscere la volontà di Dio nelle circostanze
Scrissi, e ora lo ripeto: “La volontà di Dio suole primieramente ed ordinariamente manifestarsi mediante le esterne circostanze”.
Che significa? Significa che Dio non vi parla solo nei momenti di preghiera, nel silenzio della chiesa, nelle letture spirituali. Vi parla anche – e soprattutto – attraverso ciò che vi accade. Attraverso il lavoro che dovete fare, attraverso la persona che avete davanti, attraverso il problema che dovete risolvere, attraverso la fatica che dovete sopportare.
Le circostanze sono il linguaggio di Dio. Non sempre sono facili da decifrare, ma sono il luogo del suo parlare. E lo spirito d’intelligenza è la capacità di leggere le circostanze, di vedere in esse la volontà di Dio, di rispondere ad esse con amore.
Papa Francesco, lo ha ripetuto continuamente: il discernimento è l’arte di riconoscere la chiamata di Dio in mezzo a mille chiamate contraddittorie. Non è un dono riservato a pochi eletti, ma una capacità che si educa con la preghiera, con l’ascolto, con l’esperienza.
Il secondo atto dello spirito d’intelligenza:
corrispondere ai doveri del proprio stato
Scrissi ancora: “La prima cosa che la volontà di Dio gli prescrive, si è quella di esercitare con fedeltà, con esattezza e con alacrità tutti i doveri del proprio stato”.
Fratelli, quanti di voi pensano che la santità sia qualcosa di straordinario? Che sia riservata a chi fa cose grandi, a chi compie miracoli, a chi vive esperienze mistiche? Vi dico la verità: la santità è molto più semplice – e molto più difficile.
È fare bene ciò che ogni giorno vi viene chiesto. È allevare i figli con amore, anche quando siete stanchi. È lavorare con onestà, anche quando nessuno vi vede. È servire il prossimo con generosità, anche quando non ricevete gratitudine. È sopportare le fatiche con pazienza, anche quando vorreste scappare.
Il teologo Pierangelo Sequeri chiama questo “assumere la vita come compito”. Non siete spettatori della vostra vita, ma attori. Non siete vittime delle circostanze, ma protagonisti. Non siete passivi, ma responsabili.
La santità della porta accanto – come la chiama Francesco – è fatta di piccoli gesti: una parola gentile, un sorriso, una pazienza, un aiuto. Niente di straordinario, ma tutto trasformato dall’amore.
Il terzo atto dello spirito d’intelligenza:
occupare tutto il tempo con senso
Scrissi: “Professerà l’occupazione più continua, sicché non avvenga giammai a lui di perdere né pur un briciolo di tempo”.
Attenzione però: non intendo il riempimento frenetico del tempo. Non intendo la produttività ossessiva. Intendo la presenza: non sprecare il tempo, ma viverlo, abitarlo, amarlo. Non subire il tempo, ma orientarlo. Non essere schiavi del tempo, ma suoi padroni.
Il vostro tempo, fratelli, è il vostro tesoro più prezioso. È l’unica cosa che veramente possedete. E Dio vi chiede di amministrarlo con intelligenza, di non sprecarlo in futilità, di non perderlo in distrazioni, di non annegarlo in mille occupazioni vuote.
Un vostro filosofo, Byung-Chul Han, dice che la società della prestazione non tollera l’ozio, perché l’ozio non produce. Eppure senza ozio, senza silenzio, senza contemplazione, la vita perde il suo senso. Lo spirito d’intelligenza sa che c’è un tempo per agire e un tempo per restare, un tempo per parlare e un tempo per ascoltare, un tempo per fare e un tempo per essere.
La trasfigurazione del quotidiano
Ora, fratelli, vengo al cuore della sesta massima. Essa non vi chiede di aggiungere qualcosa alla vostra vita, ma di trasfigurarla. Non di fare cose nuove, ma di fare le stesse cose in modo nuovo.
Il lavoro come vocazione
Il vostro lavoro – qualunque esso sia – può diventare preghiera. Non perché lo interrompete per recitare formule, ma perché lo offrite a Dio come un gesto d’amore. Scrivevo: “Se il cristiano sarà dedicato agli studi, attenderà a questi, non per amor loro, ma per amor di Dio, a cui serve: se avrà in mano un’arte meccanica, attenderà ad essa per lo stesso fine”.
Tutto ciò che fate, fatelo per amore. Non per denaro, non per successo, non per riconoscimento, ma perché è la volontà di Dio che vi ha posto in quel luogo, in quel momento, con quelle persone. E se lo fate per amore, anche il lavoro più umile diventa gloria di Dio.
Papa Francesco lo dice con parole semplici: “La santità è vivere in unione con Lui i piccoli gesti dell’amore quotidiano”. Non serve fare grandi cose, serve fare con amore le cose piccole.
Le relazioni come dono
Le vostre relazioni – in famiglia, nel lavoro, nella comunità – possono diventare spazio di salvezza. Non perché siano perfette, ma perché le vivete con amore, con pazienza, con perdono. Scrivevo: “Di usare ad essi tutte le amorevolezze e i riguardi che risultano naturalmente da queste relazioni”.
Le relazioni non sono un intralcio alla vita spirituale, ma il suo luogo privilegiato. È lì che si impara l’amore, il perdono, la pazienza, l’umiltà. È lì che si esercita la carità. È lì che Dio vi incontra, attraverso il volto del fratello, della sorella, del compagno di lavoro, del nemico.
Il filosofo Massimo Recalcati parla del “desiderio dell’Altro”: l’amore autentico è quello che si apre all’Altro, che lo accoglie, che lo riconosce. Non è un sentimento, ma una scelta. E questa scelta si fa ogni giorno, nelle relazioni concrete.
Le fatiche come offerta
Le vostre fatiche – le malattie, le delusioni, le solitudini, le preoccupazioni – possono diventare offerta. Non perché le cercate, ma perché le accogliete come parte del disegno di Dio. Scrivevo: “Patire volentieri le tribolazioni interne ed esterne, che Iddio in qualsivoglia modo ci manda”.
Non è masochismo, è realismo. La vita non è sempre bella, non è sempre facile, non è sempre giusta. Ma ciò che accade può essere trasfigurato dall’amore. Anche la croce, accolta con fede, diventa via di salvezza.
Il teologo Hans Urs von Balthasar ha scritto che la croce non è la negazione dell’amore, ma la sua forma più alta. Non è un fallimento, ma un compimento. E il cristiano è chiamato a partecipare a questo compimento, offrendo le proprie fatiche per amore.
Il riposo come contemplazione
Infine, il vostro riposo – il tempo libero, le vacanze, la domenica – può diventare contemplazione. Non fuga dalla vita, ma ritorno al centro. Non evasione, ma presa di coscienza. Non consumo, ma gratitudine.
Scrivevo che il cristiano si permette “un riposo moderato alla sua stanchezza”, seguendo l’esempio di Gesù che si addormentò nella barca e si sedette al pozzo di Samaria. Il riposo non è un lusso, è una necessità. È il tempo per ascoltare, per ringraziare, per ritrovare sé stessi in Dio.
La bellezza della vita ordinata
Fratelli, la sesta massima vi invita a dare forma alla vostra vita. La vostra vita non è un caos di eventi, ma un disegno che Dio sta compiendo. E voi siete chiamati a collaborare a questo disegno, disponendo ogni occupazione con intelligenza e con amore.
Il vostro tempo non è una successione di momenti vuoti, ma un mosaico di occasioni. Ogni tessera – il lavoro, la famiglia, la preghiera, il riposo – ha il suo colore, il suo posto, il suo significato. E quando tutte le tessere sono messe insieme con intelligenza, emerge l’immagine della santità.
Hans Urs von Balthasar ha parlato della bellezza come forma della gloria di Dio. La vita del cristiano è chiamata a essere bella: ordinata, armoniosa, coerente. Non perché sia perfetta, ma perché è orientata a Dio, perché è vissuta con amore, perché è plasmata dalla grazia.
E la bellezza, fratelli, attrae. La vostra vita, se vissuta con intelligenza, diventa testimonianza. Non serve parlare di Dio, basta viverlo. Non serve predicare, basta amare. La vostra esistenza, ordinata e luminosa, diventa un vangelo che gli altri leggono.
L’arte di vivere
Fratelli e sorelle, vi lascio con un’immagine. Pensate a un mosaicista. Ogni tessera, presa da sola, è un pezzetto di colore senza significato. Quando le mette insieme con intelligenza, seguendo un disegno, nasce un’immagine, una storia, una bellezza.
Voi siete quel mosaicista. E la vostra vita è il mosaico. Ogni occupazione, ogni relazione, ogni momento è una tessera. Non c’è tessera insignificante. Non c’è colore inutile. Tutto concorre al disegno finale.
Il disegno, lo sapete, è la santità. Non una santità astratta, ma concreta. Non una santità lontana, ma vicina. Non una santità eroica, ma quotidiana.
Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito d’intelligenza significa questo: diventare artisti della propria esistenza, imparare l’arte di vivere, dare forma alla propria giornata come un dono a Dio.
E quando alla fine della vita guarderete indietro, vedrete il mosaico completo. Non vi chiederete se avete fatto cose grandi. Vi chiederete se avete amato. E la risposta sarà nei colori che avete scelto, nei gesti che avete compiuto, nelle tessere che avete posto con intelligenza e con amore.
Così sia.