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Il VII approfondimento sull’ateologia di Mancuso, dopo il gesuanesimo (I), la sfida del «Gesù reale» (II), la deriva gnostica (III), il peri-cristianesimo (IV), la teologia della Croce (V), la risurrezione (VI)
Nella sua opera di scomposizione della figura di Gesù di Nazaret, Vito Mancuso rivolge un’accusa severa al dogma cattolico tradizionale: quella di aver imprigionato l’uomo Gesù in una gabbia metafisica astratta, privandolo della sua autentica fragilità, delle sue incertezze e della drammaticità del suo cammino storico. Nella prospettiva di Mancuso, la cristologia ufficiale avrebbe edificato un Cristo «teleguidato» dall’alto, una divinità impassibile che recita un copione pre-scritto, annullando di fatto la vera e fragile umanità del Nazareno. Per sostenere questa tesi, egli pone in contrapposizione il Gesù storico che nell’orto del Getsemani supplica il Padre di allontanare il calice amaro della passione e che sulla croce grida il suo abbandono, con il Cristo sovrano dei concili e della dogmatica successiva.
Con questo articolo desidero svelare come tale obiezione colpisca, ancora una volta, solo una “caricatura devozionale” (certamente esistente in tante forme di religiosità popolare, di cui tanto si dice “occorre purificare” nell’azione pastorale della Chiesa) o un intellettualismo scolastico (ancora persistente in tante frange di cattolicesimo convenzionale) ormai ampiamente superati. La grande cristologia cattolica contemporanea dimostra esattamente il contrario: il dogma di Calcedonia (la confessione di “Gesù vero Dio e vero uomo”) e i successivi sviluppi dogmatici non sono gabbie di potere nate per spegnere l’umanità di Gesù, ma sono l’unico vero baluardo posto a difesa del suo reale dramma storico e della sua straordinaria libertà umana.
Il Getsemani e lo sbroglio di san Massimo il Confessore: la sinergia delle volontà
Per comprendere come la teologia cattolica custodisca l’autentica lotta interiore di Gesù senza intaccare la sua divinità, occorre fare memoria di uno dei dibattiti più affascinanti e drammatici della storia della Chiesa: la crisi monotelita del VII secolo, risolta grazie al genio e al martirio di san Massimo il Confessore (si!, perché per inciso, i dogmi tanto “detestati” sono costati anche l’esilio e la vita dei martiri).
Gli eretici monoteliti dell’epoca, capitanati dal patriarca Sergio di Costantinopoli, sostenevano che in Cristo esistesse una sola volontà, quella divina. Essi partivano da un presupposto antropologico pessimista: ritenevano che la volontà umana fosse per sua natura debole, capricciosa e costitutivamente ribelle a Dio. Pertanto, per salvare l’impeccabilità e la divinità di Gesù, essi ritenevano necessario “amputare” la sua volontà umana, riducendola a uno strumento passivo del Logos divino. Davanti all’angoscia del Getsemani, essi leggevano la supplica di Gesù (“allontana da me questo calice”) come un moto di ribellione della carne che doveva essere represso o scavalcato dalla volontà divina.
San Massimo il Confessore operò un capovolgimento speculativo di straordinaria modernità, che fu poi solennemente definito dal Concilio di Costantinopoli III (680-681). Massimo argomentò che la volontà (la facoltà di volere) appartiene alla natura e non alla persona. Se Cristo ha assunto una vera natura umana, deve possedere una vera volontà umana e una vera libertà, altrimenti la sua incarnazione sarebbe una farsa e la salvezza dell’uomo non sarebbe reale (secondo l’antico principio patristico: “ciò che non è assunto non è redento”).
E però, come si coordinano la volontà divina e quella umana in Cristo? Massimo spiegò che, secondo il disegno originario della creazione, la volontà umana non è fatta per opporsi a Dio, ma per tendere alla sinergia (la cooperazione libera) con la volontà divina. Nel Getsemani non assistiamo allo scontro tra due persone o all’annullamento della libertà di Gesù da parte di un Padre dispotico. Al contrario, assistiamo al dramma in cui Gesù riporta la volontà umana dall’opposizione alla perfetta consonanza con quella divina.
La preghiera «non la mia, ma la tua volontà sia fatta» (Lc 22,42) non è una sottomissione passiva, ma il vertice della libertà filiale di Gesù. La sua volontà umana, che prova il naturale terrore di fronte alla morte, sceglie liberamente di sintonizzarsi con la volontà d’amore del Padre. Il dogma di Costantinopoli III, affermando le due volontà naturali in Cristo non in contrasto tra loro, non distrugge l’umanità di Gesù, ma la salva e la innalza, dimostrando che la sua obbedienza fu un atto d’amore sovrano e pienamente umano.
La «Fede di Gesù» (Fides Christi): oltre l’intellettualismo scolastico
Un altro snodo cruciale in cui la cristologia cattolica contemporanea potrebbe rispondere alle provocazioni di Mancuso è il recupero della categoria della «fede di Gesù» (fides Christi).
Per molti secoli, la teologia classica e la manualistica scolastica hanno esitato ad attribuire la virtù della fede a Gesù. La radice di questa esitazione era duplice: anzitutto una concezione prevalentemente intellettualistica della fede, intesa come cognitio obscura, ossia come l’assenso dell’intelletto a verità non viste ed oscure; e poi, l’affermazione che Gesù, in forza dell’unione ipostatica, godesse fin dal primo istante della sua concezione della visione beatifica immediata di Dio. Poiché la visione esclude l’oscurità del credere (“ciò che si vede non si crede”), si concludeva che Gesù non potesse avere fede.
La teologia cattolica contemporanea (da Karl Rahner a Hans Urs von Balthasar, fino agli studi di Canobbio e Sequeri) ha superato questo vicolo cieco ridefinendo la fede a partire dalla sua dimensione biblica ed esistenziale: la fede non è solo un pacchetto di nozioni oscure da accettare, ma è anzitutto l’atto della libertà con cui una persona si affida, si consegna e si dona interamente a Dio.
Se la fede è dedizione fiduciosa e obbedienza d’amore, allora essa appartiene a Gesù in sommo grado. Come evidenzia la Lettera agli Ebrei, Gesù è l’«archegós» e il «teleiotés» (il pioniere e il perfezionatore) della nostra fede (Eb 12,2). Egli non è semplicemente un credente tra i tanti, ma è colui che ha vissuto in forma compiuta, storica e drammatica l’affidamento totale all’Abba in mezzo alle prove e all’oscurità della passione.
Anche l’immediatezza della sua relazione con il Padre non esclude che Gesù abbia camminato nella storia in una condizione di oscurità oggettiva, sperimentando il limite della conoscenza umana, l’apprendimento attraverso la sofferenza (Eb 5,8) e l’angoscia della morte. La sua fides qua — la sua fiducia filiale incrollabile — diventa così il fondamento e la sorgente che abilita e rende possibile la nostra fede. Come scrive acutamente Pier Angelo Sequeri, la fede di Gesù è il principio stesso della modalità rivelativa e storica dell’incarnazione: in quell’uomo che si consegna totalmente al Padre si rivela l’affidabilità stessa di Dio.
Il dogma come guardiano della libertà e del mistero
Mancuso sostiene che i dogmi conciliari (da Nicea a Calcedonia) siano “sovrastrutture di potere” nate dall’alleanza con l’Impero romano per spegnere la forza rivoluzionaria del Gesù storico. Ma un’analisi teologica onesta rivela che il dogma ha svolto la funzione esattamente opposta: è stato l’argine protettivo che ha impedito la dissoluzione dell’umanità reale di Gesù nelle nebbie del mito o dell’astrazione sapienziale.
Senza la formula di Calcedonia (vero Dio e vero uomo in un’unica persona), la vicenda di Gesù subirebbe due derive simmetriche e distruttive, entrambe presenti nel pensiero di Mancuso: anzitutto, il riduzionismo etico (adozionismo/ebionismo). Gesù viene ridotto a un semplice uomo eccezionale, un maestro di morale o un profeta apocalittico andato incontro a un tragico fallimento. In questo modo, l’etica del “gesuanesimo” ci lascia soli di fronte al dovere morale, trasformando il cristianesimo in una forma di pelagianesimo volontaristico in cui dobbiamo salvarci da soli con le nostre forze. Poi, la deriva gnostica e doceta: se la risurrezione è solo un simbolo e la divinità di Gesù un mito, la sua carne storica si dissolve e “la carne si fa Parola” (cioè pura idea astratta).
Il dogma della divinità ontologica di Gesù garantisce che l’amore di cui egli ha dato testimonianza sulla croce non è solo l’eroismo sentimentale di un uomo giusto sconfitto dal potere, ma è l’inserimento reale dell’Eterno nella nostra carne. Calcedonia custodisce il paradosso per cui l’Invisibile si è reso visibile, l’Impassibile ha scelto di soffrire e l’Onnipotente ha abbracciato la nostra debolezza per risanarla dall’interno.
Le provocazioni di Mancuso sul Getsemani e sulla fragilità di Gesù non “infrangono” la cristologia cattolica, ma la richiamano alla sua sorgente più viva. Non abbiamo bisogno di demolire la divinità di Cristo per recuperare il realismo della sua agonia o la bellezza della sua fede filiale. Al contrario, è proprio la fede nella sua divinità che conferisce a quell’agonia storica una portata universale e salvifica. Nel Getsemani, nell’obbedienza drammatica di quel Figlio che dice «Abbà» nel buio della notte, la teologia cattolica non vede un burattino mosso da fili invisibili, ma il capolavoro della libertà umana che si consegna all’Infinito, aprendo a ciascuno di noi la strada per diventare veri figli nel Figlio.